Festa della castagna di Franco Mascalchi

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Per raccontare la festa della castagna di quest’anno  bisogna ricordare quella dell’anno scorso, alla quale non abbiamo potuto partecipare. Con il senno di poi scoprimmo che non avevamo perso niente perché una bufera impedì praticamente lo svolgimento previsto; però dispiacque lo stesso. Credo che la carognata del tempo abbia lasciato negli organizzatori la voglia di rifarsi, per riprendersi anche le soddisfazioni che il meteo aveva negato loro nell’ultima edizione:  allora non bisogna mancare!

Prima della festa vera e propria occorre fermarsi al giorno prima, al sabato sera. C’è stato un preludio in casa della Signoragiulia ( ora la proprietà ha cambiato sesso, e Giulio capirà che il passaggio  non gli ha trasmesso anche il Signor..). E’ stata una veglia tipo quelle che una volta avvenivano praticamente tutte le sere. Eravamo tanti, distribuiti fra la grande cucina e la bella sala del primo piano della casa, avete presente? C’erano tutti e due i camini accesi: quello della cucina per cuocere le brice, sotto la direzione di Cangio, e quello della sala per scaldare un narratore che aveva raccolto intorno a sé e al fuoco un buon numero di spettatori. Il narratore, piuttosto bravo, soprattutto dopo un po’ di tempo che gli è servito per sciogliersi, leggeva delle vecchie novelle che avevano come denominatore comune il Lupo. Le più coinvolte dal procedere delle vicende erano le bambine, probabilmente perché ancora meno contaminate dai tempi e argomenti televisivi e anche meno distratte dall’arrivo cadenzato di padellate di brice , accompagnate da bicchieri di vino dolce: capite che anche il Lupo non si spazientiva se per un po’ di tempo non si poteva occupare di Cappuccetto Rosso ( davvero, stava raccontando la sua versione della storia). Occorre precisare che le castagne che, oltre la direzione, avevano anche avuto la mano di Cangio per la loro cottura, erano venute decisamente meglio: era davvero piacevole strizzarle velocemente fra le dita  per non bruciarsi e sentire la buccia frantumarsi e staccarsi, per lasciare il frutto bello pulito, cotto  senza una bruciatura: la classe, quando c’è, va riconosciuta!

Bene, se questo è l’inizio domani ci divertiremo. Secondo il programma la festa doveva cominciare alle tre del pomeriggio. Comunque molta gente aveva anticipato il piacere di mangiare a Carda, riempiendo fino al limite il salone del Polifunzionale che  quel giorno aveva la cucina in funzione: praticamente sono state esaurite tutte le scorte previste. Già da mezzogiorno quindi la piazza era piena di auto; anzi veniva da pensare che negli ultimi tempi Pasqualino avesse fatto degli ottimi affari: nella sua piazzola erano parcheggiate tre Ferrari. Una pareva la sua; le altre due , diverse solo nel colore, dovevano essere di Enea e dell’Erica. Forse non era così, ma piaceva crederlo. Dai preparativi che si vedevano dal giorno prima e la mattina stessa era chiaro che la festa si sarebbe svolta in giro per il paese, come le altre volte.

Siamo usciti di casa, in piena Borgata, e andando verso la Piazzola abbiamo trovata aperta la bottega della Fiorenza, vi ricordate dove si vendeva la frutta? Era occupata da un calzolaio, il primo dei vecchi mestieri che veniva rievocato. Era molto tempo che non vedevamo la bottega aperta e io me la ricordavo più grande: evidentemente la memoria, quando è collegata anche a delle sensazioni, riporta delle informazioni poco precise. Il calzolaio, che ora lavora a Rassina , aveva riempito la stanza di modelli fatti a mano: guardandoli e toccandoli davano l’impressione di robustezza e comodità, oltre che di bellezza. Visto che i prezzi oscillavano fra i settanta e i centoventi euro, tanti ma non più di quelli richiesti da prodotti industriali, è rimasta la voglia di riprovare l’emozione di farsi costruire un paio di scarpe su misura: sentite come suona bene?

Qualche metro più avanti, salendo verso sinistra, siamo arrivati a Galina, che quel giorno era il regno della Vincenza e delle sue frittelle di farina di castagne. Per quella salitina c’era un bel via vai perché il passaparola, forse più degli appositi cartelli, incitava tutti a una visita che non avrebbe lasciato delusi.

Riscendendo e girando verso la Piazzola, dopo la casa della Marilena, sulla destra c’è il garage della Marina, di Moreno e di Leonello: erano stati sfrattati tutti da un seggiolaio, vi ricordate uno di quelli che giravano per i paesi per riparare o costruire a domicilio le seggiole delle quali la gente aveva bisogno. Aveva esposti un po’ dei suoi lavori ( bella una seggiola a dondolo) e stava guzzando dei pioli di una scala. Parlandoci abbiamo scoperto una cosa che per molti sarà banale: le sue seggiole stanno insieme non perché sono incollate o avvitate, no. Stanno insieme perché i montanti nei cui incastri si infilano i pezzi orizzontali ( non so come si chiamano) sono fatti di legno più fresco: dopo qualche giorno che la seggiola è montata il legno più fresco si stringe intorno a quello più stagionato, bloccando tutto l’insieme: bello e semplice, no?

Salutato il seggiolaio abbiamo proseguito girando a sinistra verso il Borgo di sotto. Dopo pochi metri c’è la tettoia di Giorgio, ora di Paolo. La tettoia era diventata il regno delle brice. C’era un grande braciere dove si alternavano vari virtuosi della padella: Linto ,Moreno, Leonello.. L’impressione era che avessero il loro daffare per soddisfare tutte le richieste; credo che abbiano avuto bisogno di un rifornimento di castagne non previsto perchè le scorte si erano esaurite. Meglio così, no?

Scendendo ancora, sotto al tettino della scuola, la Marina e la Maya distribuivano dei dolcini derivati tutti rigorosamente dalle castagne: qualcuno davvero sorprendente. Dentro la scuola era stato allestito un mini museo con oggetti che non sono più usati ma per fortuna sopravvissuti all’avanzare delle modernità. Erano stati posizionati con gusto ed intelligenza, ricostruendo angoli di vita quotidiana. E a rendere davvero interessante la visita ci pensavano la Fiorenza e l’Orlandina, in carne ed ossa ed in piena forma. La Fiorenza ha fatto il formaggio pecorino in diretta, ed era molto brava sia a spiegare il procedimento che trasforma il latte in formaggio e sia il fatto che non poteva vendere quello che faceva: la gente avrebbe comprato a scatola chiusa! L’Orlandina invece filava la lana e con la sua calma riportava indietro nel tempo, quando probabilmente anche la fretta era meno frettolosa di oggi. Ma non ci siamo fatti prendere dalle nostalgie perché bisognava andare alla piazza dove sotto una tettoia prefabbricata veniva cotta la pulendo in tre paioli contemporaneamente. Fra i cuochi ha fatto il suo esordio ( almeno per quanto ne so) Francesco, sotto la guida sicura di Cangio. La Genny tagliava la pulendo col filo per distribuirla accompagnata da rocchi o ricotta. E da vino, chiaramente. E anche qui il lavoro non mancava di sicuro.

A questo punto avevamo fatto le cinque del pomeriggio e bisognava andare al Polifunzionale dove era programmata una sfida in ottava rima che prevedeva la partecipazione addirittura di Davide Riondino. Non è venuto ma questo non ha tolto nulla all’interesse dello spettacolo perché i poeti che si sfidavano ci sono sembrati bravi. Anche la partecipazione della gente è andata in crescendo: alla fine il salone era pieno. Per capire bene come si svolgono le sfide in ottava rima consiglio do guardare: http://www.estemporanearibolla.it/index.asp?pagina=ottava&titolo=ottava%20rima. Vale la pena e farete presto: siete già su internet, no? Il picco degli ascolti, per dirla tanto per cambiare in termini televisivi, c’è stato quando Giovanni è stato invitato a furor di popolo ad entrare sul palcoscenico. Nonostante i tentativi di dissuaderlo da parte della Graziella, il nostro Giovanni ha dettato lungamente e brillantemente con gli attori che alla fine non hanno potuto fare a meno di definirlo Maestro. Applausi, come si dice, a scena aperta: grande Giovanni! A questo punto si era fatti buio da un pezzo e la festa stava finendo. Lasciando però nella testa una piacevole soddisfazione. Una sensazione di semplicità, di gusto di stare insieme e di essere stati partecipi di un piccolo avvenimento che aveva richiesto fantasia, programmazione e molto impegno da parte di molte persone. Ma che durante il suo svolgimento pareva naturale, come se tutti fossimo stato attori e non spettatori: bello! Raccontando sommariamente la serata e la giornata ho citato solo qualcuno: non mi ricorderei di tutti anche se lo volessi, ma non mi sembra necessario. Credo che la cosa più bella di questi avvenimenti sia il fatto che i protagonisti li curano per passione, non per venire citati.

Comunque, grazie.